Le mie parole della Mindfulness

Inizio con il definire l’utilizzo del possessivo, non sono “mie” perché le possiedo interamente e nemmeno perché ritengo di aver trovato la chiave di lettura unica di questa disciplina, sono “mie” semplicemente perché le sento di più, perché sono quelle che mi aiutano ad ancorarmi alla pratica e, ancora più spesso, alla vita, quando vacillo, quando sento più resistenza, quando mi sento più vulnerabile.

La prima: FIDUCIA

Serve fidarsi per iniziare un percorso “mindfulness”, quando chiesi a chi mi fece conoscere la pratica “perché dovrei farlo?” la risposta è stata molto “zen”: “perché no? Prova, cambia poi capirai”. Serve fidarsi perché anche spiegando che cos’è la mindfulness e cosa si fa in un corso e che principi ci sono alla base non se ne coglie completamente l’esperienza. Quindi, spesso, è necessario fidarsi che qualcosa vi stia “chiamando” verso la mindfulness.

E poi è questione di fiducia in sé, quante volte mettiamo da parte quella vocina che ci dice qualcosa rispetto a quella persona o quella situazione? Quante volte trascuriamo quello che istintivamente sentiamo? Quante volte ci squalifichiamo da soli e non ci fidiamo delle nostre capacità e possibilità?

Siamo più portati a riflettere sulla fiducia che riponiamo negli altri e quella che riponiamo in noi stessi?

Credo che la mindfulness mi abbia concesso di fidarmi di più di quella vocina che spesso ha ragione ma lo si scopre dopo tempo, alle volte dopo tantissimo tempo. Inoltre, penso mi abbia insegnato a fidarmi della mia forza e della mia perseveranza, di me per come sono.

La seconda: PAZIENZA

Per praticare ci vuole pazienza, anzi mi verrebbe da dire che si pratica proprio l’allenamento alla pazienza. Si scopre prestissimo che per quanto siamo motivati e ben intenzionati la mente ci porta altrove, i rumori esterni non ci lasciano in pace, i pensieri sul passato e sul futuro ci confondo e per stare lì fermi e concentrarsi sul respiro, quando forse non ho ancora capito che senso ha quello che sto facendo e quando tutto intorno gira veloce…ci vuole tantissima pazienza!

Come per la fiducia, anche la pazienza la vediamo come una qualità relazionale, ma con noi stessi siamo pazienti?

Le prime volte la pratica mi innervosiva, non riuscivo a sentire il respiro, volevo fare le cose bene e non riuscivo, e nell’agitarmi ho capito moltissimo di come funziono io in generale; l’esperienza di stare lì seduta a respirare mi stava già dando molto, mi stava dando l’occasione di osservare che non avevo la pazienza di darmi tempo, non tolleravo un tempo non “efficace”, non avevo pazienza con me stessa.

La pazienza a cui ci allena la mindfulness penso che serva per avvicinarci a noi stessi in un modo più “morbido”, concedendoci più tempo quando serve e accettando ciò che c’è anche se non è esattamente ciò che vogliamo. La pazienza può aprire a una nuova dimensione temporale con noi stessi.

La terza: NON GIUDIZIO

Quante volte ci giudichiamo in un giorno? È possibile che non si riesca a contarle perché alcuni giudizi sono così automatici che non li riconosciamo come tali. Ci definiamo in continuazione ma non sempre le definizioni in cui ci identifichiamo sono piacevoli, ma ormai sono nostre e le portiamo come bagaglio quotidiano. Sono presenti quando ci pensiamo al lavoro, in famiglia, in una relazione.

Definirsi arriva anche dal conoscersi e può avere un senso, ma giudicarsi blocca ogni conoscenza e ogni evoluzione.

Se mi giudico “incapace” e “stupido” perché non sono stato in grado di mantenere l’attenzione sul respiro, quante volte nella mia giornata lo farò per cose più determinanti? E quanto saranno determinanti questi giudizi? Quanto mi bloccheranno e mi ingabbieranno? Quanto una definizione rigida di me non mi permette di sperimentarmi? …Non farò mai questo, non sarò mai in grado di farlo….

Io ho imparato che se la smetto di giudicarmi porto a casa qualcosa, magari non quello che mi ero prefissata; magari è vero che un mio limite non mi permette di arrivare dove vorrei ma se mi lascio libera dal giudizio quanto meno scopro la vera natura di questo limite, scopro che ho paura, che non me la sento, che mi sento inadeguata perché…

Questa lettura più profonda di me stessa è quello che ho portato a casa; iniziare dalla pratica a non giudicarmi mi ha permesso di lasciare una traccia dentro di me, di farmi sentire più libera e più morbida nei miei confronti.

Quarta: MENTE DEL PRINCIPIANTE

Questo è un concetto che non avevo mai preso in considerazione prima. Quando si è principianti si sta attenti a tutto, si è curiosi e ci si fa sorprendere.

Se andiamo ad una mostra o a visitare un luogo per la prima volta ci guardiamo bene intorno, ci lasciamo contagiare dalla novità, osserviamo con attenzione i dettagli. Se ci torniamo la seconda volta abbasseremo il livello di attenzione e la terza ancora di più…però è probabile che ci sia ancora qualcosa da scoprire su cui non ci siamo soffermati! Anche dopo la 20° volta…

Pensate cosa sarebbe poterci vedere sempre, almeno un po’, con gli occhi del principiante, con gli occhi del turista di se stessi, con gli occhi di chi non ci conosce ed è interessato a noi…

Osservarci nella pratica con questo atteggiamento ci permette di non dare per scontato nulla, ci permette di osservarci nel nostro funzionamento mentale, ci permette di non identificarci con dei ruoli o delle definizioni senza metterle in discussione.

Quinta: CURIOSITA’

La curiosità è strettamente collegata alla “mente del principiante”, riusciamo ad essere onestamente curiosi di noi stessi? Ce lo concediamo? Quando viviamo una nuova esperienza sappiamo già tutto all’inizio oppure proviamo ad osservarci e scoprire magari che certe cose di noi funzionano in modo diverso (spesso migliore) di quello che avevamo preventivato o dato per scontato?

Viviamo con noi stessi da sempre e alle volte ci illudiamo che non ci sia molto altro da scoprire…

Meditando si può diventare curiosi di ciò che accade, facciamo una cosa nuova, facciamo una cosa che non sembra avere un’utilità concreta nella vita dei nostri giorni, siamo sospesi in un “non sapere” e scopriamo SEMPRE qualcosa di nuovo di noi.

Sesta: ACCETTARE

Dopo aver scoperto, raccolto e osservato quello che c’è dentro di noi, c’è un altro compito: accettare tutto quello che c’è. Detta così sembra semplice, ma personalmente lo trovo il compito più arduo.

Accettare che non sono come mi sono sempre pensato, accettare che mi giudico di più di quanto pensassi, accettare che metto in atto gli stessi meccanismi che alla lunga mi fanno sentire in gabbia, accettare che non voglio accettarmi o che non posso, accettare i miei difetti e i miei limiti… ma, soprattutto, accettare che il dolore, la sofferenza, la negatività fanno parte di questa vita…

Per me è stato come aprire la braccia e dirmi “ok, dai, tutto quello che c’è ha un senso, accoglilo”. E’ stato liberatorio anche se faticoso. Stare fermi a meditare penso sia stato il viaggio più intenso che ho fatto, pieno di imprevisti, stranezze, momenti belli e leggeri e momenti di ricordi o vissuti tristi.

Accettare penso possa regalare un senso di pienezza nuova, che non nega e non amplifica ma “semplicemente” fa stare con se stessi.

Settima: LASCIARE ANDARE

Qualunque cosa succeda, qualunque cosa io raccolga, osservi, accetti… che sia bella o brutta… lasciamola andare! Senza attaccarci troppo alle cose piacevoli e senza nascondere quelle spiacevoli… lasciamoci del tempo e lasciamo andare tutto.

Questa è onestamente la parte che preferisco, sapere e osservare che qualunque cosa accade, passa! In qualunque situazione io mi trovi o mi sia trovato o mi troverò…passerà.

Il tempo non è mai un contenitore vuoto, le esperienze lasciano delle tracce, delle ferite ma se accolgo, gentilmente, se non mi giudico e porto pazienza con tutto ciò che tanto mi agita o mi angoscia o mi fa soffrire, se non cerco di contrastarlo può passare e mi può lasciare insegnamenti preziosi per me e il mio cammino.

Questa è la parte in assoluto più liberatoria anche nelle pratica… avete presente i mandala? Sono opere meravigliose, compiute con attenzione, dedizione, cura, fatica e poi? Una volta completati vengono fatti volare via! Dispiace tantissimo non poter mantenere in eterno quel senso di bellezza ma nel farlo volare via si sente un’energia straordinaria che si sprigiona.

Ottava: NON CERCARE RISULTATI

Per noi occidentali fare qualcosa senza un obiettivo definito e, soprattutto, senza una efficacia concreta, senza un risultato garantito è quasi inconcepibile.

Per questo molto spesso i corsi di mindfulness partono con molti partecipanti titubanti… a cosa servirà veramente? Come la porto nella mia vita? Ma nel mio quotidiano cambia qualcosa oppure sarà tutto come prima?

Niente sarà come prima, questo lo posso garantire. Non perché cambierà tutto ma perché sicuramente qualcosa cambierà… che cosa? Non lo so, ogni percorso è talmente personale che generalizzare dicendo che la mindfulness fa questo o quello è ridurne il suo potenziale. Ci sono moltissime ricerche in diversi ambiti, quindi se la parte sinistra del nostro cervello è affamata di sapere “cosa fa” la bibliografia è intesa, ma non saprò mai cosa fa a me finché non la provo.

A me ha aperto un tempo e uno spazio con me stessa, con la mia gioia e il mio dolore e mi ha donato uno strumento per non “scappare” da me stessa. Ho capito che crescere ha più a che fare con il partire per un viaggio dentro di sé che non con uno scappare da se stessi. Ho sentito che il vuoto che avevo nella pancia era spazio da riempire, con me stessa.

 

Cosa ce ne facciamo delle parole della mindfulness? Io penso che il grande potere di questa pratica stia nel mettere in una piccola esperienza come quella della pratica tutto questo; in una piccola sessione di mindfulness ho l’occasione di aver fiducia in me, essere paziente con me stesso, provare a non giudicarmi e scoprirmi curioso e principiante con me stesso, allargare le braccia dell’accettazione di tutto ciò che c’è qui in questo momento dentro di me e poi lasciarlo andare qualunque colore abbia. Non è questo un ottimo “risultato”?

La sfida sta nel non prefiggersene uno senza sperimentare, ma procedere incerti ma curiosi in un percorso che assomiglia alla strada della vita.

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